- inMondadori.it
- Blog
Norah Jones: Little broken hearts, il giudizio

Norah Jones
Little broken hearts
Emi, 2012
Norah Jones è uno di quei nomi sui quali sono grossomodo tutti d’accordo: si può scegliere di ascoltarla o meno (e con questa affermazione, attenti tutti, è stato svelato l’ottavo mistero di Fatima della musica), ma nessuno cercherà di confutare la sua validità.
E così la nostra giovane Norah è cresciuta, e da ragazza dal capello lungo, tutta anima e voce, è diventata una donna che rimarca il suo consapevole carisma a suon di rossetto scarlatto e sguardo dritto in camera. Più che sognante verso un viaggio ancora ignoto così come si presentò per il suo sfavillante esordio (Come away with me, 2002), adesso è una che il viaggio se lo prenota in first class e sa benissimo dove andare, magari già sei mesi prima.
Il suo ultimo Little broken hearts – che ha esordito con un terzo posto in classifica dei più venduti in Italia - ha portato qualcuno a definirla un po’ più dark (e ci sta). Sicuramente c’è un po’ più di suono elettronico, di quelle distorsioni che fanno figo il pop figo. E’ arrivato dopo la partecipazione all’ultimo album di Danger Mouse e Daniele Luppi, Rome. Norah Jones e Brian Burton (leggi Danger Mouse) si sono riuniti nello studio del produttore a Los Angeles lo scorso autunno e hanno costruito da zero tutte le canzoni (testi/musica): lei al piano, tastiere, basso e chitarra e lui alla batteria, basso, chitarra, tastiere e arrangiamento d’archi.
L’amore nei testi regna sovrano, tra gente che cerca di dimenticarsi e rimpiazzarsi (probabilmente con la regola del chiodo schiaccia chiodo), ottenendo un unico risultato: 4 broken heart (4 cuori spezzati, che rispetto alle altre non è gran che). Parla spesso di qualcosa di finito di cui rende conto all’altra persona: “sei felice?” dice in She’s 22, la palese storia di una donna che guarda il proprio ex con una nuova fidanzata, e ancora “adesso che sei solo, ti piace il modo in cui ci si sente?” in After the fall (una delle più belle dell’album, con il suo sound che profuma in lontananza di anni Ottanta).
A voler esser proprio onesti, forse ai testi va recriminato proprio questo approccio un po’ piagnone. Perché va bene che l’ispirazione parte spesso dal dolore, ma insomma, si rischia l’eccesso.
Il modo di cantare è rimasto lo stesso, così come la sensazione per chi ascolta di trovarsi davanti ad una canzone che arriva da lontano, ad una voce che si disperde ad un passo dall’orecchio, un secondo prima di arrivare: leggera eppure così piena. Insomma, a patto di far pace con l’onnipresente amore e i suoi derivati, per chi ama il genere, Norah colpisce ancora.


commenti