Gotye e il suo Making Mirrors così vintage

Gotye, Making Mirrors

Gotye
Making mirrors
Universal Music, 2012

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Hey, fermo un attimo: hai messo su un cd fine anni Ottanta/Novanta, o cosa?

Reazione plausibile davanti a  Making Mirros di Gotye. Tra la sua voce che da queste si crede ricordi in modo imbarazzante quella di Sting (mentre altrove si dice richiami un primissimo Peter Gabriel), e i suoni decisamente vintage, sembra di fare un tuffo nel passato mentre le tracce scorrono una dopo l’altra.

 

Ma è necessario tornare un attimo indietro. Il trentaduenne di origine belga – difatti il nome d’arte si leggerebbe alla francese, tipo “Gaultier” – e adozione australiana, prima di giungere a questa terza prova discografica pare abbia avuto tutto il tempo di farsi apprezzare nel suo ambiente, che infatti lo conosceva già prima dell’escalation europea.

 

Chi scrive deve, a questo punto, fare un mea culpa: quando qualcuno che bazzica radio straniere fece notare Somebody that I used to know, cantata da Gotye con la neozelandese Kimbra, il brano venne apprezzato senza però percepire le potenzialità del reale “botto” che avrebbe fatto di lì a poche settimane anche in Italia. E il video su Youtube conta svariati milioni di views. Ora che il brano è stato scelto per un noto spot televisivo, c’è da giurare che nessuno se lo toglierà più dalla testa. L’8 giugno uscirà un album che raccoglie dieci cover della hit (singolo più venduto nel 2012 negli Uk). Versioni in cui si sono cimentati anche Tiësto, Bibio e Ad-Rock dei Bestie Boys. E meno male che Gotye, proprio in una recente intervista, aveva dichiarato: “A volte sono stufo di aprire la mia casella di posta e trovare almeno cinque parodie o remix”. Pensa se non fosse stato stufo…

 

Ma torniamo a Making Mirrors. Il Rolling Stone lo ha definito un disco geniale, stranamente toccante, un energico rinfrescante “pop da camera da letto”. Quello di Wouter Wally De Backer in arte Gotye è un bel disco, certamente, anche se sul “toccante” resta qualche riserva. C’è una sfumatura di distacco che si sente. Il problema di coloro che sfornano un singolo sostanzialmente perfetto, è che generano l’aspettativa per la quale l’ascoltatore spera in un bis ogni volta che il numero della traccia si fa più alto. Poi, per carità, all’idea che esistano più di 4 o 5 tracce capolavoro in un album si è rinunciato da quel dì.

 

I brani sono tutti interessanti, occupano un posto vacante nel panorama di un electro pop che si impegna e prova a cambiare (guardando indietro), non ammorbano necessariamente con tirate da cuori infranti nei testi e il risultato funziona. Belle Don’t worry, we’ll be watching you” e Smoke & Mirrors.  A chi si aspetta altre Somebody that I used to know però, conviene aspettare.


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